Siamo in LOCKDOWN permanente

27.04.2020 10:14

Così l’Italia non andrà avanti. Con la conferenza stampa di ieri sera del Premier Conte ci saremmo aspettati la fine del lockdown, la fine delle restrizioni alle nostre libertà. Ci saremmo aspettati magari la spiegazione di una cornice di regole generali entro la quale riprendere un po’ di sana normalità. E’ vero, l’emergenza Coronavirus ha imposto sacrifici. E di sacrifici finora ne abbiamo fatti tutti, in nome del buon senso ed in nome dei vari DPCM del Governo. Ma non si può negare la libertà in eterno. Anche perché la libertà è un diritto innato riconosciuto dalla nostra Costituzione.

Quindi anziché comprendere in che modo tornare a svolgere, in sicurezza e con prudenza, tutte le nostre attività quotidiane, le parole del Premier ci hanno fatto tornare nell’incubo delle scadenze, delle autocertificazioni, dei divieti.

E se in questa assurda rigidità la filiera del manifatturiero e delle costruzioni potrà tornare ad operare a partire dal 4 Maggio, e per fortuna, il Governo ha pensato bene di continuare a lasciare affogare, come se esistessero dei lavoratori di serie B, quelle attività che oggi, più di altre, stanno vivendo un dramma senza precedenti: i ristoratori, i baristi, i negozianti, i commercianti, i parrucchieri, gli estetisti, gli operatori turistici. Quelli che vivono di flussi di cassa giornalieri, determinanti per le loro vite. E sono quelli che dovranno mantenere le saracinesche abbassate, chi fino al 18 Maggio e chi fino addirittura al 1 Giugno, salvo diverso parere del comitato tecnico-scientifico.

Se penso al destino della Valle dell’Aniene rabbrividisco. Il tessuto commerciale e produttivo del nostro territorio, già in difficoltà prima della pandemia, si fonda sull’economia generata dalla piccola imprenditoria, quella che dovrà continuare a rimanere ferma. Quella che però se non lavora, salta in aria. Altro che 600 euro dall’INPS e debiti “vantaggiosi” con la banche. Forse è il caso che le istituzioni locali facciano sentire la propria voce.

Tra l’altro l’andamento del numero dei contagi non è mai stato lo stesso per tutte le Regioni. E quindi fatico a comprendere come possano essere previste le medesime restrizioni dappertutto. E mentre l'Italia fissa paletti, gli altri Paesi europei si prendono molti pezzi del nostro mercato.
Non capisco inoltre il motivo per cui se un imprenditore è in grado di garantire, all’interno dei luoghi di lavoro, le necessarie condizioni di sicurezza per dipendenti e collaboratori, debba sottostare comunque all’obbligo di chiusura.

Dobbiamo uscire da questo circolo vizioso il prima possibile e possiamo farlo solo rimettendo in moto il sistema economico del Paese attraverso la fine del lockdown prima che questo diventi, per molte persone, uno status definitivo e non soltanto una frenata temporanea per fronteggiare l’emergenza. Si facciano i controlli sanitari, si obblighi all’utilizzo delle mascherine e di ogni altro dispositivo utile, si sanifichino i luoghi di maggiore frequentazione, si continui a mantenere il distanziamento sociale, ma si consenta a tutti di tornare a lavorare e a vivere.

 

Matteo Berteletti
Consigliere Comunale di Subiaco
Fratelli d’Italia